Racconto inviato da un utente della community
Marco, 43 anni, Nord Italia
Ne parlavo con mia moglie da quasi due anni. Due anni di discorsi a mezza bocca, di “e se provassimo…”, di silenzi imbarazzati la mattina dopo. Lei si chiamava — si chiama — Sara. Stiamo insieme da diciannove anni. Sposati da quattordici. Due figli. Una vita normale, se la guardi da fuori. Dentro, da un po’ di tempo, c’era questa cosa che non riuscivo a togliermi dalla testa.
Non so quando è iniziata. So che a un certo punto, durante il sesso, ho cominciato a fantasticare su di lei con un altro uomo. Non in modo vago — proprio a immaginarla. Le sue espressioni, i suoi movimenti, il suo piacere. Era un pensiero che tornava ogni volta, e ogni volta era più forte. All’inizio mi sentivo sbagliato. Poi ho cercato su internet, ho scoperto che la cosa aveva un nome, ho letto le storie di altri mariti. E ho capito che non ero malato — ero cuckold.
Parlarne con lei
La prima volta che gliel’ho detto eravamo a letto, era tardi, avevamo bevuto. Le ho chiesto se avesse mai fantasticato su un altro uomo. Lei mi ha guardato come se le avessi chiesto di buttarsi dal balcone. “Ma che cazzo dici?” — testuali parole. Si è girata dall’altra parte e si è addormentata. Il giorno dopo non ne ha parlato, e io non ho avuto il coraggio di riprendere il discorso.
Per tre mesi non ho detto niente. Ma il pensiero non se n’è andato — anzi. Il fatto di averlo detto ad alta voce, anche se era finita male, l’aveva reso più reale. La fantasia non era più solo mia: adesso esisteva nello spazio tra noi due, anche se facevamo finta di niente.
Ho fatto l’errore che fanno tutti: andare troppo dritto, troppo presto. Me ne sono accorto leggendo le esperienze di altri mariti su un forum. Ho capito che dovevo partire dalla fantasia, non dalla proposta. Ho aspettato il momento giusto — di nuovo a letto, di nuovo dopo il sesso, ma stavolta le ho chiesto delle sue fantasie. Generiche. “C’è qualcosa che non hai mai fatto e ti piacerebbe provare?” Lei ha riso, ha detto qualcosa su un viaggio alle Maldive. Ma il ghiaccio era rotto.
Nelle settimane dopo ho continuato così. Piccole domande, mai dirette, mai pesanti. A volte a letto, a volte in macchina — i posti dove parli senza guardarti in faccia funzionano meglio per queste cose. Un giorno le ho mandato un articolo sul significato del cuckolding dicendo “guarda che roba strana ho trovato”. Lei l’ha letto. Non ha detto niente per due giorni.
Poi, a cena, mentre i bambini erano in camera, mi ha chiesto: “Ma tu saresti capace di guardarmi con un altro?”. Non in tono accusatorio — curiosa. Le ho risposto di sì, che ci pensavo da tempo, che l’idea mi eccitava e che non sapevo spiegare il perché. Quella sera abbiamo parlato per tre ore. Le ho detto tutto: le fantasie, il forum, il fatto che avevo cercato informazioni. Lei ha ascoltato. Non ha detto né sì né no. Ha detto “ci penso”.
“Ci penso” è durato sei settimane. In quelle sei settimane non ho mai tirato fuori l’argomento. Zero pressione. Facevo la mia vita, andavo al lavoro, tornavo a casa, giocavo con i figli. Ogni tanto la guardavo e pensavo “sta ancora pensandoci?” — ma non chiedevo. Doveva arrivare da lei.
Un sabato mattina, mentre facevamo colazione da soli (figli al calcetto), mi ha detto: “Ok. Proviamo. Ma a modo mio.” Le sue condizioni: nessuno che conoscevamo, nessuna foto del viso, niente a casa nostra, e se in qualsiasi momento si sentiva a disagio, stop. Tutto. Ho detto di sì a tutto senza fiatare.



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Il primo passo è stato iscriverci su un portale per coppie cuck. Abbiamo creato un profilo di coppia — foto sue, ovviamente non del viso, un paio scattate apposta in lingerie nuova. Scrivere la descrizione del profilo è stato un momento strano: mettere nero su bianco “coppia alla prima esperienza, cerchiamo un bull esperto e rispettoso” rendeva tutto molto concreto.
I primi giorni li abbiamo passati a leggere i profili dei bull, a commentarli insieme, a ridere di quelli che si presentavano con una foto del pisello e zero parole. “Questo no, questo no, questo forse.” Era già eccitante così — sfogliare i profili a letto, parlarne, immaginare. Sara si stava divertendo, e questo mi dava sicurezza.
Dopo un paio di settimane abbiamo iniziato a chattare con tre o quattro bull. La maggior parte si è eliminata da sola: uno troppo insistente che scriveva a qualsiasi ora, uno che voleva vederla da sola al primo incontro (fuori discussione), uno che non capiva il concetto di limiti e diceva “vedrete che poi vi lasciate andare”. Ognuno di questi ci confermava che avevamo fatto bene a prenderci tempo.
Ne è rimasto uno. Andrea, 36 anni, della nostra zona. Tono giusto, niente fretta, faceva domande intelligenti. “Come vi immaginate il primo incontro?”, “Cosa vuole lei?”, “Tu preferisci guardare o essere coinvolto?”. Ha capito subito che era la nostra prima volta e non ha provato a fare il fenomeno. Ci ha mandato le analisi mediche senza che gliele chiedessimo — l’ho apprezzato.
Ci siamo visti per un aperitivo in un locale in centro. Sara era nervosa — si era cambiata tre volte prima di uscire, cosa che non faceva da anni. Io ero nervoso. Andrea era tranquillo — si vedeva che l’aveva già fatto. Ha parlato con lei come se fosse un appuntamento normale, ma ogni tanto mi guardava, mi coinvolgeva nella conversazione. Non mi ha mai trattato come uno di troppo.
Una cosa che mi ha colpito: a un certo punto ha detto “dovete dirmi voi quando e se vi va, io non metto nessuna pressione. Non succede nulla stasera, prendetevi il tempo che volete.” Mi sono rilassato. Sara pure.
Siamo rimasti un paio d’ore. Quando siamo usciti, in macchina, Sara mi ha detto: “Non è un cretino.” Per lei era un complimento enorme. Sottinteso: ci sto.
Quella sera
Ci siamo rivisti una seconda volta, una cena. Più lunga, più rilassata. Si parlava di lavoro, di viaggi, di cose normali. Ogni tanto qualche allusione, qualche sguardo. Sara rideva in un modo che non le vedevo da tempo. Tornando a casa mi ha detto: “Fissiamo.”
Abbiamo scelto un venerdì sera. Figli dai nonni. Ho prenotato una stanza in un albergo fuori città — pulito, discreto, nessun letto di casa nostra. Ci tenevo a questo: quello che succedeva lì restava lì, in uno spazio separato dalla nostra vita quotidiana.
Il venerdì pomeriggio Sara era silenziosa. Non nervosa — concentrata. Si è preparata con calma. Ha scelto un vestito nero che non metteva da una vita. Io non sapevo cosa mettermi. Alla fine jeans e camicia. Come se andassimo a cena fuori. In un certo senso ci andavamo.
Siamo arrivati in albergo per primi. Abbiamo aperto la stanza, messo giù le borse, ci siamo seduti sul letto. Ci siamo guardati. “Sei sicura?” le ho chiesto. “Se non lo fossi non sarei qui”, ha risposto. Andrea doveva arrivare alle nove. Alle nove e un quarto non era ancora arrivato. Sara stava per cambiare idea — lo vedevo dagli occhi, da come si era irrigidita sulle spalle. Poi ha suonato il campanello.
Non entro nei dettagli anatomici — non è quello il punto di questo racconto. Dico solo che i primi minuti sono stati i più difficili. Un bacio tra loro due, i suoi vestiti che cadevano, io seduto sulla poltrona nell’angolo della stanza. Il cuore mi batteva fortissimo. Mi aspettavo gelosia. Mi aspettavo un nodo allo stomaco, un’ondata di rabbia, il desiderio di alzarmi e dire “basta, fermi”. Niente. Quello che ho provato è stato diverso da qualsiasi cosa avessi immaginato nei due anni di fantasie.
L’ho guardata e l’ho vista libera. Libera in un modo che con me, dopo diciannove anni, non era più. Non perché non mi amasse — ma perché con me c’erano ruoli, abitudini, il peso di una quotidianità che ti appiattisce anche a letto. Con Andrea era un’altra persona. Più sciolta. Più presente nel suo corpo. Faceva cose che con me non faceva più da anni — non perché non volesse, ma perché tra noi erano diventate scontate.
Il momento più intenso non è stato il sesso. È stato quando lei, nel mezzo di tutto, ha girato la testa verso di me e mi ha sorriso. Non un sorriso imbarazzato — un sorriso pieno, come per dire: “Ci sono, sono qui, sto bene, e tu?” In quel sorriso c’era più intimità che in mille scopate di routine. Ho sorriso anch’io. E in quel momento ho saputo che non mi sarei pentito.
Quando è finito, Andrea si è vestito senza fretta. Ha salutato Sara con un bacio sulla fronte — un gesto che mi ha sorpreso per la delicatezza. Ha stretto la mano a me. “Vi scrivo domani, se vi fa piacere.” Poi è uscito.
Il giorno dopo
La mattina dopo mi sono svegliato prima di lei. Ho fatto colazione nella hall dell’albergo, da solo, con un caffè americano che sapeva di acqua. Mi sono chiesto se avrei provato il famoso “drop” di cui leggevo nei forum — quel momento in cui la realtà ti cade addosso e pensi “ma che cazzo ho fatto”. Non è arrivato. Mi sentivo strano, sì. Come dopo un viaggio in un paese dove non eri mai stato. Ma non pentito.
Sara si è svegliata di buon umore. Si è stiracchiata, mi ha guardato, mi ha chiesto “tutto bene?”. Le ho detto di sì. Le ho chiesto come stava lei. “Strana”, ha detto. “Ma in senso buono.” Ne abbiamo parlato con calma, seduti sul letto disfatto. Cosa aveva provato, cosa avevo provato io. Cosa ci era piaciuto, cosa meno. Siamo stati onesti. Brutalmente onesti. E quella onestà — più ancora della sera prima — ci ha avvicinato in un modo che non mi aspettavo.
Andrea ci ha scritto nel pomeriggio, un messaggio breve e rispettoso. Niente di invadente, niente battute da spogliatoio. Sara gli ha risposto ringraziandolo. Gli abbiamo detto che ci avremmo fatto sapere per una seconda volta.
Cosa è cambiato dopo
La seconda volta c’è stata tre settimane dopo. Meno tensione, più naturalezza. La terza un mese dopo. La quarta quasi subito. Andrea è rimasto il nostro bull per quasi un anno. Non ci vedevamo ogni settimana — una volta al mese, a volte ogni due mesi. Dipendeva dai periodi, dai figli, dal lavoro. La cosa bella è che non c’era nessuna pressione da nessuna parte.
Poi la cosa si è esaurita in modo naturale — nessun dramma, nessuna rottura. Andrea ha iniziato una relazione e ci ha detto che voleva concentrarsi su quella. Ci siamo salutati da adulti, con affetto e rispetto. Ogni tanto ci scriviamo ancora per le feste.
Dopo di lui ne sono venuti altri, con dinamiche diverse. Uno più dominante, uno più timido, uno che è durato una sola sera perché il feeling non c’era. Abbiamo imparato a capire subito se un bull fa per noi o no — i segnali li riconosci con l’esperienza.
Il cuckolding ha cambiato il nostro rapporto. Non perché prima fosse rotto — non lo era. Ma ci ha dato un linguaggio nuovo per parlare di desiderio, di corpo, di limiti. Ci ha costretti a essere più onesti di quanto lo fossimo mai stati. E sì — anche il sesso tra noi due è migliorato. Quando sai davvero cosa vuole l’altro, quando non ci sono più tabù tra voi, è tutto diverso.
Cosa direi a chi ci sta pensando
Non date retta a chi vi dice che è semplice. Non lo è. Il percorso è lungo, pieno di dubbi, pieno di momenti in cui vorreste mollare. E non date retta nemmeno a chi vi dice che è sbagliato. Non lo è nemmeno quello — se lo fate nel modo giusto.
Il modo giusto, per noi, ha significato tre cose: parlare tanto prima, scegliere il bull con calma, e definire i limiti a mente fredda — non quando sei eccitato, non quando hai bevuto, non quando sei nel mezzo. Prima. Se avessimo saltato anche solo uno di questi passaggi, sarebbe andata diversamente. Forse male.
Se state leggendo questo racconto perché ci state pensando, il consiglio che posso darvi è leggere come funziona il percorso e, se siete una coppia, parlarne prima di tutto fra voi. Se lei (o lui) dice no, aspettate. Non insistete. Per noi ci sono voluti due anni dal primo “ma che cazzo dici?” al primo “fissiamo”. Per voi magari ne basta uno. O magari dieci. O magari non succederà mai — e va bene lo stesso.
Ma se succede, e se lo fate bene, è qualcosa che vi cambia. Non il rapporto con il sesso — il rapporto tra voi due.
— Marco



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Iscriviti oraIl racconto di Marco è un esempio di come un’esperienza cuckold possa funzionare quando tutti i pezzi sono al posto giusto: comunicazione, pazienza, rispetto dei tempi.
Due cose ci colpiscono ogni volta che leggiamo storie come questa. La prima: il passaggio più difficile non è trovare il bull o organizzare l’incontro — è parlarne con la partner. Marco ci ha messo due anni. Non è un’eccezione — nella nostra community è la norma. La seconda: chi descrive la prima esperienza come positiva ha quasi sempre aspettato a lungo prima di farla. La fretta è il nemico numero uno del cuckolding.
Se vuoi raccontarci la tua storia, scrivici a info@coppiacuckold.net. Pubblichiamo tutto in forma anonima.





